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Infrastrutture

Dove eravamo rimasti…

Scritto da

Luca Barassi

il 4 Agosto 2020

Con queste parole l’indimenticato Enzo Tortora tornò in Tv dopo la sua tragica vicenda giudiziaria. Con queste parole si riapre il collegamento tra il levante e il ponente ligure dopo il tragico crollo del Ponte Morandi.

15 aprile 2019, posa della prima pietra – 3 agosto 2020, inaugurazione del Ponte Genova San Giorgio. In meno di un anno e mezzo (e in meno di due anni dalla tragedia del 14 agosto 2018) si è realizzato un altro piccolo, grande miracolo italiano. Dimostrazione che, anche in Italia, se si vuole le cose si possono fare. Volontà che, perlopiù, sono politiche perchè quelle imprenditoriali di certo non mancano. Come quelle delle aziende che hanno contribuito alla realizzazione di un’opera grandiosa che ha collegato di nuovo il Levante e il Ponente di una regione già martoriata dalle inefficienze delle infrastrutture. Webuild (ex Salini Impregilo); Fincantieri Infrastructure, RINA, e naturalmente l’architetto Renzo Piano che ha donato il progetto del “Ponte-Nave” a Genova e al mondo.

Abbiamo intitolato questo articolo con le parole di colui che, colpito da una tragedia personale, ha saputo ricominciare da dove si era dovuto fermare forzatamente, perchè Genova, la Liguria e l’Italia intera oggi ricominciano da qui da questo collegamento interrotto bruscamente quel maledetto 14 agosto 2018.
Una tragedia che, vogliamo dirlo, non si è consumata da un progetto fatto male – quello del Ponte Morandi – che, anzi, è stato per anni esempio di alta ingegneria, ma piuttosto dall’incuria e dalla mancata manutenzione di chi per anni ha gestito (e purtroppo continuerà a gestire) quel tratto di strada e molti altri nel nostro Paese.

Come sempre si dice in questi casi: “speriamo che la storia ci insegni qualcosa per il nostro futuro“. Così ci auguriamo che d’ora in poi queste tragedie non accadano più, quantomeno non a causa dell’incompetenza e della incuria dell’uomo. L’avanguardista sistema robotizzato di monitoraggio delle condizioni del ponte assicurerà la tenuta di quest’opera “per oltre 1000 anni”, come dice il suo “papà” Renzo Piano, ma questo modello deve essere applicato non solo al Ponte San Giorgio, ma a tutte le infrastrutture del nostro Paese, prima che si consumino altre tragedie come queste.

La giornata inaugurale
Sono tante le immagini, le parole e i momenti simbolo della giornata del 3 agosto: la pioggia torrenziale che fino al momento del taglio del nastro si è abbattuta sul ponte, così come successe quel 14 agosto di due anni fa, l’arcobaleno che è apparso nel cielo proprio nel momento in cui le autorità inauguravano il Ponte, le Frecce Tricolore che hanno battezzato con la loro striscia verde/bianca/rossa il nuovo cavalcavia e anche il toccante “Silenzio” suonato a memoria delle 43 vittime del crollo del Ponte Morandi.

Noi vogliamo ricordarlo con l’orgoglio di chi questo ponte lo ha costruito. Dalle tante dichiarazioni e interviste di uomini e donne giovani e meno giovani (oltre 1000 persone) che pietra dopo pietra, 24 ore al giorno, lockdown o non lockdown hanno contribuito alla realizzazione di questa importante opera. Importante come infrastruttura, importante come simbolo per la rinascita di una regione e di un Paese intero.

Non vogliamo ricordarlo per la “passerella”  di autorità che si è fatta i complimenti da sola, in una cerimonia dove presidenti, ministri, ex-ministri, amministratori di vario genere se la sono “cantata e suonata” in un ambiente protetto da telecamere e scomode domande dei media intervenuti da tutto il mondo.
Pochi sono stati, infatti, i momenti toccanti di un evento che doveva onorare da un lato la memoria delle vittime di un crollo inaudito , e dall’altro esaltare il lavoro, il sacrificio e lo sforzo di chi ha permesso a questi “signori” di tagliare (quasi indebitamente) il nastro tricolore dell’apertura del ponte.

Tant’è. La storia è fatta anche di queste cose. La cosa importante, comunque, è che da domani mattina il Ponte Genova San Giorgio sarà percorribile dal traffico privato, pubblico e commerciale per dare nuova vita ad una economia restata sotto scacco per quasi due anni.

Il “Ponte”
Per quanto riguarda gli aspetti tecnici di quest’opera che, come detto, nel disegno di Renzo Piano vuole ricordare una nave adagiata sulla valle del Polcevera con i suoi pennoni (i lampioni) a ricordo delle 43 vittime del crollo, vi sintetizziamo gli aspetti salienti:

1067 metri di lunghezza, 19 campate (di cui tre da 100 mt l’una), 18 piloni alti fino a 45 metri, 9000 tonnellate di acciaio per l’armatura, sistema robotizzato di monitoraggio dello stato del ponte, 3200 documenti tecnici, 2000 ispezioni.

Oltre agli aspetti operativi 60.000 veicoli previsti al giorno sul ponte, 95% dei consumi del viadotto coperti da energia rinnovabile, 350 aziende coinvolte prima, durante e dopo la costruzione, 80 persone dedicate al controllo del progetto.

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