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Spaghetti western

Scritto da

Franco Oriolo

il 4 Febbraio 2015

 

Sembra incredibile ma nonostante l’iperconnessione in cui viviamo immersi, ogni giorno di più mi faccio persuaso, come direbbe Montalbano, che in giro c’è una fame di relazioni che sfiora la bulimia. Anche perché dobbiamo confessarlo, la rete e i social sono utilissimi, ma a star dietro a tutto, siti, portali, facebook, twitter, whatsapp , blog, newsletter, email e via webbando la giornata lavorativa ti scappa via che è una meraviglia e quando esci dall’ufficio la sera ti rendi conto di esserti molto informato ma di aver concretizzato pochino.

Ecco allora che, soprattutto negli ultimi anni, favorita dalla situazione economica e dagli esuberi, è tornata di moda la cara vecchia relazione personale, faccia a faccia. Oggi si cercano occasioni d’incontro per stare insieme nella speranza che quello che a te non serve, può essere utile a me e viceversa. Insomma un grande mercato dell’usato relazionale che attraversa in modo trasversale tutti ma proprio tutti coloro in età produttiva, giovani in cerca di opportunità, non più giovani che nel mezzo del cammino di loro vita si ritrovano impigliati nella selva oscura della disoccupazione, aziende che preso atto del loro nanismo comprendono che se fino a qualche anno fa i prodotti glieli compravano, oggi tocca venderli che non è propriamente la stessa cosa.

La chiamano rete o meglio network. Solo che noi italiani, del network abbiamo una visione un po’ distorta. Sì perché cresciuti nel mito della sistemazione e alla ricerca del posto fisso, non abbiamo mai imparato a curare la relazione d’affari, perché non ne avevamo bisogno. Si entrava un giorno in un’azienda o in un ufficio statale e se ne usciva 30/35 anni più tardi per andarsene in pensione. E allora con chi avremmo potuto fare il network? Con altra gente che lavorava nella stessa azienda o ente, al massimo in una sede diversa dalla nostra? E così quando il giochino s’è rotto, ci si è guardati tutti in faccia, si è scoperto di conoscere tanta gente ma praticamente di non conoscere nessuno di utile, o magari qualcuno che poteva essere utile a professionalità diverse dalle nostre. Il dramma peggiore però è stato quello di non aver curato le relazioni con metodo. Per esempio: se uno ci chiede se conosciamo un idraulico perché ha un tubo rotto a casa, la risposta quasi sempre sarà, “chiama Tizio, è un bravo ragazzo ed è onesto ed è un mio amico”.
E così ancora una volta abbiamo guardato all’America che non avrà molta inventiva ma quanto a metodo sanno il fatto loro e se cercano un idraulico vogliono un idraulico e non un amico.

Ecco allora che sono recentemente sbarcati in Italia modelli di networking decisamente efficaci. Certo saranno un po’ troppo rituali per l’italico genio, lasciano poco spazio all’improvvisazione, i canoni di comportamento sono rigidi, hanno un manuale per tutto, si ritrovano alle sette di mattina per fare network durante la colazione e per non perdere la giornata di lavoro, si parla uno per volta e ci si alza in piedi, si applaudono i successi e si ascolta in silenzio il verbo per apprendere la strada che porta all’aumento del business. Poco spazio alla creatività, ma funziona. Purtroppo però il cromosoma italico spesso prende il sopravvento sulla necessità di incrementare il business. Non basta una crisi travolgente che ha reso tutti più poveri e infelici a farci cambiare nell’intimo. In fondo a noi piace il clan più del network. E allora, mentre si prende il caffè insieme invece di fare network si fanno strategie, “io ho un amico che se venisse lui con noi potremmo fare questo e quello” e l’altro “io ti appoggio ma dobbiamo far fuori tizio e caio, così oltre al tuo amico facciamo entrare il mio che conosce il mondo”.

Insomma gli americani sanno fare networking, il metodo funziona, perché conservano uno spirito da pionieri e da fagioli cotti sul fuoco del bivacco, come i cow boy. I fagioli con la salsa che tutto mescola e confonde sono un’altra cosa, di diverso sapore.

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