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Infrastrutture

E poi?

Scritto da

Luca Barassi

il 23 Agosto 2018

Le responsabilità del crollo del Viadotto Polcevera sono certamente trasversali. Di sicuro non vanno imputate però all’Autotrasporto, come un certo giornalismo populista vuole insinuare. Ora però è bene fare scelte oculate prima di rendere ancora più devastante questa tragedia

Revoca. È stata la prima parola pronunciata dalla politica dopo il tragico crollo del ponte dell’A10, quasi a voler placare gli animi degli italiani, giustamente imbufaliti per l’ennesimo dramma causato certamente da negligenza, burocrazia, interessi e altro che (forse) verrà appurato dalla magistratura tra molto tempo.

Non entriamo nel merito di queste responsabilità, sicuramente trasversali, perché non possiamo certo essere noi a valutare chi e come ha causato, direttamente o indirettamente la rottura della strutture del viadotto del Polcevera.


Di sicuro però vogliamo accusare chi, ancora una volta, accusa il nostro settore. Sì, perché dopo la parola “Revoca”, la seconda parola che qualcuno ha pronunciato è stata “Autotrasporto”, insinuando che la colpa era del “mostro” Camion, con i suoi pesanti veicoli “grossi, brutti e cattivi”. Come non capire che ogni camion che transitava da quel ponte era (ed è) fonte di vita di qualsiasi Paese ed economia? Come non capire che Genova e il sistema portuale ligure (con le sue deficienze) è lo sbocco per i traffici provenienti dall’Oriente e che questi portano attività produttive, terziste e sviluppo commerciale, oltre ai prodotti indispensabile per la nostra società?

Dunque la colpa è trasportare la merce o non rendere adeguate le strutture che devono supportare il “peso” di questa merce?

C’è da vergognarsi di appartenere alla nostra categoria di giornalisti a volte.


Torniamo alla revoca della concessione ad Autostrade, primo capro espiatorio della vicenda. Non che voglia difendere la società controllata dalla famiglia Benetton, lungi da me. Voglio solo evidenziare come i nostri “primi ministri” (ricordo che in Italia ne abbiamo due, Salvini e Di Maio, n.d.r.) abbiano immediatamente voluto calmare gli animi degli italiani trovando subito la punizione per i “cattivi”.

Potrà essere anche una soluzione giusta ma a noi è sembrata di primo acchito un modo per dire quanto siamo bravi noi “del governo del cambiamento” a punire chi sbaglia. Insomma, un voler metter euna pezza a caldo.


Come detto, però, può anche darsi che sia corretto percorrere questa strada, quello che noi però evidenziamo che non è corretto prendere questa decisione di petto senza valutarne le conseguenze.

Vediamo, infatti, cosa comporta la revoca, regolamentata dagli articolo 9 e 9bis della Convenzione stipulata tra Autostrade e Anas. Come ogni accordo che si rispetti, naturalmente, il diritto di revoca è previsto. Ciò che però rende assurdo questa clausola capestro è che sia in caso di revoca per giusta causa che non per giusta causa è previsto un indennizzo pari ai guadagni che la società incasserebbe fino alla fine della concessione… ovvero 24 anni!! Quindi un importo che potrebbe sfiorare i 20 miliardi di euro.


È come se ti licenziassi ma ti dessi un indennizzo pari a quanto avresti guadagnato restando in azienda fino a fine vita lavorativa.


Può anche darsi che in caso di giusta causa questa clausola possa risultare anticostituzionale, non lo sappiamo, ma per adesso c’è. Quindi primo punto da valutare è questo.


Secondo aspetto: la richiesta di danni e risarcimenti vari da parte dello Stato al concessionario. Ovviamente qualsiasi richiesta verrebbe opposta da Autostrade, scatenando una guerra giudiziaria che paralizzerebbe qualsiasi indennizzo, attività riparatoria e progettualità futura.


Proprio qui volgiamo arrivare. La progettualità futura. Revocare la concessione ad Autostrade significherebbe o dover trovare un altro Concessionario e prendersi carico, da parte dello Stato, di tutto ciò che riguarda il futuro del tratto autostradale. Nel primo caso significa preparare un bando (potete immaginare cosa significhi questo) per assegnare la nuova concessione, trovare l’interessato, avviare le pratiche e solo dopo si potrà partire con un nuovo progetto, trovare i fornitori, avviare i lavori, ecc., ecc..

Nel secondo caso significa fare tutto questo da sé (Anas?) e comunque gestendo il contraddittorio con Autostrade e la relativa paralisi delle strutture rimanenti e dell’area.


Insomma, altro che nuovo ponte in 8 mesi. Ci vorrebbero anni solo per cominciare a scrivere il primo capitolo. Intanto le attività commerciali e il sistema portuale andrebbero in frantumi, i costi del trasporto saliranno alle stelle e, partendo dalla logistica, si ribalterà tutto sui cittadini.


 


Quindi che fare? “tapparsi il naso” e venire a patti con i cattivi, oppure andare avanti con la linea dura?


Non saremo noi a dirlo, non ne abbiamo certo le competenze. Soltanto vorremmo che la scelta non venisse fatta per “darci il contentino” e farci vedere “quanto siamo bravi noi”.

Pensiamo al futuro del nostro Paese che parte, sempre, dal trasporto delle merci che servono ogni aspetto della nostra società.


 


 


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