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Il salto culturale.

Scritto da

Franco Oriolo

il 20 dicembre 2015

Recentemente mi è capitato, per lavoro, di passare la mattinata in una grande azienda globale e il pomeriggio in una Camera di Commercio. La sera, tornando a casa e ripensando a questi due momenti passati in ambienti tanto distanti tra loro, c’era qualcosa che non mi tornava, la percezione di una distonia che rischiava di abbattere alcuni miei radicati convincimenti, cosa che chiaramente mi inquietava. Era successo questo: nella grande azienda avevo avuto la sensazione di una burocrazia spinta all’eccesso, nell’istituzione pubblica avevo respirato un grande entusiamo e una voglia di fare impresa che laddove l’impresa esisteva da sempre ed era solidamente strutturata, non avevo ritrovato. E allora ho pensato che come sempre è il mercato che stabilisce le sue leggi. Se da una parte le dimensioni obbligano a una specializzazione estrema, rischiando di perdere la visione generale per inseguire il particolare e la pressione sul risultato di breve fa dimenticare la progettualità e spesso ha un effetto di livellamento delle performance dei singoli, dall’altra chi  nella libera competizione parte con l’handicap di non avere grandi strutture nè capitali, fa delle idee, della capacità di progettare, della coesione e dell’entusiamo, i propri punti cardinali.

E questo vale sia per le PMI sia per alcune istituzioni pubbliche, la cui dirigenza negli ultimi anni è stata rinnovata, cooptando managerialità esterna proveniente dal settore privato o della consulenza. Queste istituzioni sanno che potranno contare sempre meno sulle sovvenzioni statali e quindi i cittadini, che prima venivano trattati come utenti, saranno sempre più clienti che pretenderanno servizi, ma soprattutto “value for money”, cioè rapporto qualità-prezzo. E come sempre, quando si affronta una nuova sfida, c’è adrenalina. La stessa adrenalina che sta spingendo un numero sempre maggiore di PMI italiane a creare Reti d’Impresa, per essere più forti insieme su mercato domestico ma soprattutto all’estero.

In un recente convegno organizzato da questa rivista e da Tforma – di cui si scrive in altre pagine di questo stesso numero – è emerso che la realtà delle Reti, oltre 2.000 a maggio 2015 che raccolgono più di 10.000 aziende, può essere una soluzione anche nel mondo dell’autotrasporto e della filiera logistica. Quindi piccolo è bello e grande è brutto? No. Quello che occorre è un salto culturale che porti i piccoli a pensare in grande e i grandi a recuperare una progettualità in parte messa da parte a causa della crisi. Altrimenti non ci saranno alibi. Per nessuno.

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